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domenica 24 aprile 2011

L'OMELIA- «LA CHIESA NON È UN'ASSOCIAZIONE PER I BISOGNI RELIGIOSI»


«L'uomo non è il prodotto casuale dell'evoluzione»
Benedetto XVI riporta in primo piano la Creazione


Gian Guido Vecchi

CITTA' DEL VATICANO 

«Se l'uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell'evoluzione in qualche posto al margine dell'universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura. Invece no: la Ragione è all'inizio, la Ragione creatrice, divina». Benedetto XVI ha l'aria un po' affaticata ma le sue parole, nella Veglia di Pasqua in San Pietro, sono vertiginose. Nella notte più importante per i fedeli, il pontefice si sofferma sull'essenziale. Perché «la Chiesa non è una qualsiasi associazione che si occupa dei bisogni religiosi degli uomini». No, scandisce, «essa porta l'uomo in contatto con Dio e quindi con il principio di ogni cosa».
L'alternativa che pone Ratzinger non è tra creazione e teoria dell'evoluzione ma tra «fede» e «incredulità». Ed è anzi interessante notare come all'inizio liquidi il creazionismo che prende alla lettera il testo biblico. Nella tradizione liturgica, spiega, le letture sacre venivano chiamate «profezie» nel senso che «ci mostrano l'intimo fondamento e l'orientamento della storia». Così anche il racconto della creazione nella Genesi è una «profezia», argomenta: «Non è un'informazione sullo svolgimento esteriore del divenire del cosmo e dell'uomo. I Padri della Chiesa ne erano ben consapevoli. Non intesero tale racconto come narrazione sullo svolgimento delle origini delle cose, bensì quale rimando all'essenziale, al vero principio e al fine del nostro essere».
Le sue parole, semmai, contrastano col «darwinismo», quella particolare interpretazione della teoria darwiniana che in ultima analisi vede l'evoluzione come frutto del caso. Non è vero che nell'«universo in espansione» e «in un piccolo angolo qualsiasi» si «formò per caso» anche un essere razionale. «Ci troviamo di fronte all'alternativa ultima che è in gioco nella disputa tra fede ed incredulità: sono l'irrazionalità, la mancanza di libertà e il caso il principio di tutto, oppure sono ragione, libertà, amore il principio dell'essere? Il primato spetta all'irrazionalità o alla ragione?». Ecco il punto, diverso anche dalla teoria dell'«Intelligent design» che pretende di porsi come scientifica. In principio, dice Giovanni, era la Parola, quel «Logos» che significa «ragione», «senso», «parola». E il grande teologo aggiunge: «Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa. È Ragione che è senso e che crea essa stessa senso». 
Insomma, scandisce Benedetto XVI, «all'origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà: il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l'amore, è la libertà». Certo della libertà si può fare cattivo uso e «per questo si estende una spessa linea oscura attraverso la struttura dell'universo e attraverso la natura dell'uomo». Ma «la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona. Per questo il mondo può essere salvato». Nella veglia della Risurrezione, il Papa alza lo sguardo: «Ora celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e della sua creazione».

© Copyright Corriere della sera, 24 aprile 2011 consultabile online anche qui.

Omelia Benedetto XVI Veglia Pasquale.

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA

Basilica Vaticana 
Sabato Santo, 23 aprile 2011




OMELIA DEL SANTO PADRE 

Cari fratelli e sorelle!

Due grandi segni caratterizzano la celebrazione liturgica della Veglia Pasquale. C’è innanzitutto il fuoco che diventa luce. La luce del cero pasquale, che nella processione attraverso la chiesa avvolta nel buio della notte diventa un’onda di luci, ci parla di Cristo quale vera stella del mattino, che non tramonta in eterno – del Risorto nel quale la luce ha vinto le tenebre. Il secondo segno è l’acqua. Essa richiama, da una parte, le acque del Mar Rosso, lo sprofondamento e la morte, il mistero della Croce. Poi però ci si presenta come acqua sorgiva, come elemento che dà vita nella siccità. Diventa così l’immagine del Sacramento del Battesimo, che ci rende partecipi della morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Della liturgia della Veglia Pasquale, tuttavia, fanno parte non soltanto i grandi segni della creazione, luce e acqua. 

Caratteristica del tutto essenziale della Veglia è anche il fatto che essa ci conduce ad un ampio incontro con la parola della Sacra Scrittura. Prima della riforma liturgica c’erano dodici letture veterotestamentarie e due neotestamentarie. Quelle del Nuovo Testamento sono rimaste. Il numero delle letture dell’Antico Testamento è stato fissato a sette, ma può, a seconda delle situazioni locali, essere ridotto anche a tre letture. La Chiesa vuole condurci, attraverso una grande visione panoramica, lungo la via della storia della salvezza, dalla creazione attraverso l’elezione e la liberazione di Israele fino alle testimonianze profetiche, con le quali tutta questa storia si dirige sempre più chiaramente verso Gesù Cristo. Nella tradizione liturgica tutte queste letture venivano chiamate profezie. Anche quando non sono direttamente preannunci di avvenimenti futuri, esse hanno un carattere profetico, ci mostrano l’intimo fondamento e l’orientamento della storia. Esse fanno in modo che la creazione e la storia diventino trasparenti all’essenziale. Così ci prendono per mano e ci conducono verso Cristo, ci mostrano la vera Luce.

Il cammino attraverso le vie della Sacra Scrittura comincia, nella Veglia Pasquale, con il racconto della creazione. Con ciò la liturgia vuole dirci che anche il racconto della creazione è una profezia. Non è un’informazione sullo svolgimento esteriore del divenire del cosmo e dell’uomo. I Padri della Chiesa ne erano ben consapevoli. Non intesero tale racconto come narrazione sullo svolgimento delle origini delle cose, bensì quale rimando all’essenziale, al vero principio e al fine del nostro essere. Ora, ci si può chiedere: ma è veramente importante nella Veglia Pasquale parlare anche della creazione? Non si potrebbe cominciare con gli avvenimenti in cui Dio chiama l’uomo, si forma un popolo e crea la sua storia con gli uomini sulla terra? La risposta deve essere: no. Omettere la creazione significherebbe fraintendere la stessa storia di Dio con gli uomini, sminuirla, non vedere più il suo vero ordine di grandezza. Il raggio della storia che Dio ha fondato giunge fino alle origini, fino alla creazione. La nostra professione di fede inizia con le parole: “Credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”. Se omettiamo questo primo articolo del Credo, l’intera storia della salvezza diventa troppo ristretta e troppo piccola. La Chiesa non è una qualsiasi associazione che si occupa dei bisogni religiosi degli uomini, ma che ha, appunto, lo scopo limitato di tale associazione. No, essa porta l’uomo in contatto con Dio e quindi con il principio di ogni cosa. Per questo Dio ci riguarda come Creatore, e per questo abbiamo una responsabilità per la creazione. La nostra responsabilità si estende fino alla creazione, perché essa proviene dal Creatore. Solo perché Dio ha creato il tutto, può darci vita e guidare la nostra vita. La vita nella fede della Chiesa non abbraccia soltanto un ambito di sensazioni e di sentimenti e forse di obblighi morali. Essa abbraccia l’uomo nella sua interezza, dalle sue origini e in prospettiva dell’eternità. Solo perché la creazione appartiene a Dio, noi possiamo far affidamento su di Lui fino in fondo. E solo perché Egli è Creatore, può darci la vita per l’eternità. La gioia per la creazione, la gratitudine per la creazione e la responsabilità per essa vanno una insieme all’altra.

Il messaggio centrale del racconto della creazione si lascia determinare ancora più precisamente. San Giovanni, nelle prime parole del suo Vangelo, ha riassunto il significato essenziale di tale racconto in quest’unica frase: “In principio era il Verbo”. 

In effetti, il racconto della creazione che abbiamo ascoltato prima è caratterizzato dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos, come si esprime Giovanni con un termine centrale della lingua greca. “Logos” significa “ragione”, “senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa. È Ragione che è senso e che crea essa stessa senso. Il racconto della creazione ci dice, dunque, che il mondo è un prodotto della Ragione creatrice. E con ciò esso ci dice che all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l’amore, è la libertà. Qui ci troviamo di fronte all’alternativa ultima che è in gioco nella disputa tra fede ed incredulità: sono l’irrazionalità, l'assenza di libertà e il caso il principio di tutto, oppure sono ragione, libertà, amore il principio dell’essere? Il primato spetta all’irrazionalità o alla ragione? È questa la domanda di cui si tratta in ultima analisi. Come credenti rispondiamo con il racconto della creazione e con San Giovanni: all’origine sta la ragione. All’origine sta la libertà. Per questo è cosa buona essere una persona umana. Non è così che nell’universo in espansione, alla fine, in un piccolo angolo qualsiasi del cosmo si formò per caso anche una qualche specie di essere vivente, capace di ragionare e di tentare di trovare nella creazione una ragione o di portarla in essa. Se l’uomo fosse soltanto un tale prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura. Invece no: la Ragione è all’inizio, la Ragione creatrice, divina. E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà; e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Per questo si estende, per così dire, una spessa linea oscura attraverso la struttura dell’universo e attraverso la natura dell’uomo. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato. Per questo possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della ragione, della libertà e dell’amore – dalla parte di Dio che ci ama così tanto che Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua morte potesse sorgere una vita nuova, definitiva, risanata.

Il racconto veterotestamentario della creazione, che abbiamo ascoltato, indica chiaramente quest’ordine delle realtà. Ma ci fa fare un passo ancora più avanti. Ha strutturato il processo della creazione nel quadro di una settimana che va verso il Sabato, trovando in esso il suo compimento. Per Israele, il Sabato era il giorno in cui tutti potevano partecipare al riposo di Dio, in cui uomo e animale, padrone e schiavo, grandi e piccoli erano uniti nella libertà di Dio. Così il Sabato era espressione dell’alleanza tra Dio e uomo e la creazione. In questo modo, la comunione tra Dio e uomo non appare come qualcosa di aggiunto, instaurato successivamente in un mondo la cui creazione era già terminata. L’alleanza, la comunione tra Dio e l’uomo, è predisposta nel più profondo della creazione. Sì, l’alleanza è la ragione intrinseca della creazione come la creazione è il presupposto esteriore dell’alleanza. Dio ha fatto il mondo, perché ci sia un luogo dove Egli possa comunicare il suo amore e dal quale la risposta d’amore ritorni a Lui. Davanti a Dio, il cuore dell’uomo che gli risponde è più grande e più importante dell’intero immenso cosmo materiale che, certamente, ci lascia intravedere qualcosa della grandezza di Dio.

A Pasqua e dall’esperienza pasquale dei cristiani, però, dobbiamo ora fare ancora un ulteriore passo. Il Sabato è il settimo giorno della settimana. Dopo sei giorni, in cui l’uomo partecipa, in un certo senso, al lavoro della creazione di Dio, il Sabato è il giorno del riposo. Ma nella Chiesa nascente è successo qualcosa di inaudito: al posto del Sabato, del settimo giorno, subentra il primo giorno. Come giorno dell’assemblea liturgica, esso è il giorno dell’incontro con Dio mediante Gesù Cristo, il quale nel primo giorno, la Domenica, ha incontrato i suoi come Risorto dopo che essi avevano trovato vuoto il sepolcro. La struttura della settimana è ora capovolta. Essa non è più diretta verso il settimo giorno, per partecipare in esso al riposo di Dio. Essa inizia con il primo giorno come giorno dell’incontro con il Risorto. Questo incontro avviene sempre nuovamente nella celebrazione dell’Eucaristia, in cui il Signore entra di nuovo in mezzo ai suoi e si dona a loro, si lascia, per così dire, toccare da loro, si mette a tavola con loro. Questo cambiamento è un fatto straordinario, se si considera che il Sabato, il settimo giorno come giorno dell’incontro con Dio, è profondamente radicato nell’Antico Testamento. Se teniamo presente quanto il corso dal lavoro verso il giorno del riposo corrisponda anche ad una logica naturale, la drammaticità di tale svolta diventa ancora più evidente. Questo processo rivoluzionario, che si è verificato subito all’inizio dello sviluppo della Chiesa, è spiegabile soltanto col fatto che in tale giorno era successo qualcosa di inaudito. Il primo giorno della settimana era il terzo giorno dopo la morte di Gesù. Era il giorno in cui Egli si era mostrato ai suoi come il Risorto. Questo incontro, infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna morte. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione. Il primo giorno, secondo il racconto della Genesi, è il giorno in cui prende inizio la creazione. Ora esso era diventato in un modo nuovo il giorno della creazione, era diventato il giorno della nuova creazione. Noi celebriamo il primo giorno. Con ciò celebriamo Dio, il Creatore, e la sua creazione. Sì, credo in Dio, Creatore del cielo e della terra. E celebriamo il Dio che si è fatto uomo, ha patito, è morto ed è stato sepolto ed è risorto. 
Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e della sua creazione. Celebriamo questo giorno come origine e, al tempo stesso, come meta della nostra vita. Lo celebriamo perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo che la ragione è più forte dell’irrazionalità, la verità più forte della menzogna, l’amore più forte della morte. Celebriamo il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa la creazione non rimane per sempre. Lo celebriamo, perché sappiamo che ora vale definitivamente ciò che è detto alla fine del racconto della creazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”(Gen 1,31). Amen.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 20 aprile 2011

Doveva essere un Papa "tranquillo", un Pontefice di transizione, e invece Benedetto non cessa di sorprendere e di innovare. L'analisi di Brian Bethune

Clicca qui per leggere la piu' che approfondita (ed obiettiva) analisi di Brian Bethune su questi splendidi sei anni di Pontificato di Papa Benedetto. L'articolo e' di tre pagine. Qui una traduzione sommaria.
Non c'e' che dire: Bethune "bagna il naso" a tutti. Non sono d'accordo al cento per cento con questa analisi, ma almeno l'autore dimostra di saper andare ben oltre gli stereotipi.



fonte raffaella blog http://paparatzinger4-blograffaella.blogspot.com/2011/04/doveva-essere-un-papa-tranquillo-un.html?spref=tw

Doveva essere un Papa "tranquillo", un Pontefice di transizione, e invece Benedetto non cessa di sorprendere e di innovare. L'analisi di Brian Bethune

Clicca qui per leggere la piu' che approfondita (ed obiettiva) analisi di Brian Bethune su questi splendidi sei anni di Pontificato di Papa Benedetto. L'articolo e' di tre pagine. Qui una traduzione sommaria.
Non c'e' che dire: Bethune "bagna il naso" a tutti. Non sono d'accordo al cento per cento con questa analisi, ma almeno l'autore dimostra di saper andare ben oltre gli stereotipi.



fonte raffaella blog http://paparatzinger4-blograffaella.blogspot.com/2011/04/doveva-essere-un-papa-tranquillo-un.html?spref=tw

martedì 19 aprile 2011

L'umile lavoratore e il grande teologo - speciale compleanno del Papa

L'umile lavoratore e il grande teologo: l'anniversario del Papa nelle parole del cardinale Ruini, mons. Marini e Sandro Magister

Uno degli aspetti più significativi di questi primi sei anni di Pontificato di Benedetto XVI è l’impegno per una rinnovata evangelizzazione. Su questo tema forte del magistero ratzingeriano, Fabio Colagrande ha raccolto la riflessione del cardinale Camillo Ruini:

R. – Sin da quando era cardinale, Benedetto XVI ha più volte sottolineato come in Europa, e in generale in Occidente, si giochi una partita cruciale per il Vangelo, per tutto il mondo, dato che se il Vangelo non riuscisse a penetrare nella moderna cultura occidentale, difficilmente potrebbe poi penetrare in altre culture destinate sempre di più a entrare a loro volta, pur conservando le proprie differenze, in un grande quadro comune che ha alcuni parametri fondamentali creati in Occidente. Credo che questa sia la ragione fondamentale per la quale il Santo Padre ha voluto questo nuovo Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, specialmente nei Paesi di antica cristianità che adesso però sono a rischio di perdere la loro eredità di fede e di cultura.

D. – Un’altra caratteristica forte del Pontificato di Benedetto XVI è la sottolineatura, da parte del Pontefice, del tema della libertà religiosa. Perché l’insistenza su questo tema, secondo lei?

R. – Non soltanto per la sua importanza centrale, dato che la libertà religiosa è la madre di tutte le libertà, ma anche per un motivo concreto, storico, immediato. La libertà religiosa oggi è in grave pericolo in molti Paesi del mondo, è gravemente minacciata. E il Papa non poteva rinunciare a fare udire la sua voce con tutta la sua forza, con tutta la sua autorità, per riaffermare questo punto fondamentale per la convivenza pacifica tra gli uomini e, naturalmente, per la diffusione della fede cristiana.

D. – Parlando del mondo della comunicazione, non crede che la pubblicazione nel novembre scorso del libro intervista “Luce del mondo” abbia in qualche modo dimostrato la capacità di Benedetto XVI di comunicare in modo semplice e diretto i contenuti di fede?

R. – Benedetto XVI ha mostrato certamente questa capacità di comunicare nel libro-intervista a Peter Seewald, ma l’aveva dimostrata fin dall’inizio del suo pontificato e - se mi è permesso dirlo - anche prima nelle tante conferenze, incontri, omelie fatte come vescovo, come cardinale e prima come teologo. Benedetto XVI è un grandissimo teologo ma anche un grandissimo evangelizzatore, un apologeta nel senso positivo: cioè, colui che propone le ragioni della nostra fede e lo fa con un linguaggio molto chiaro, molto semplice, mai distaccato dalla realtà.

D. – C’è un gesto, una parola di Benedetto XVI che le è rimasto più impresso in questi sei anni?

R. – Credo che la parola fondamentale sia quella di mettere Dio al centro, di mettere al centro quel Dio che tante correnti, tanti filoni della cultura attuale vorrebbero invece mettere ai margini dell’uomo e della cultura. Questa è la priorità del Pontificato come l’ha indicata, e con tutta chiarezza, il Papa stesso. (bf)

La centralità della liturgia nella vita del cristiano è un altro tema forte di questo Pontificato. Fabio Colagrande ne ha parlato con mons. Guido Marini, maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie:

R. – Ci sono tanti momenti che rimangono scritti nella memoria e rimangono scritti nel cuore. Chiaramente ogni celebrazione porta con sé tanti ricordi. Credo, in modo particolare, i viaggi: da una parte costituiscono un impegno anche più gravoso del solito, ma portano con sé anche tanta gioia spirituale, soprattutto per come il Santo Padre viene accolto: in uno spirito di grande fede.

D. – Ci sono dei mutamenti particolari che lei stesso ha apportato nella pratica liturgica, per volere di Benedetto XVI, in questi anni?

R. – Io credo che i mutamenti li porti lo stesso Santo Padre anche con il suo stile celebrativo. Io credo che se c’è una sottolineatura, qualcosa che valga la pena rilevare, sono le celebrazioni presiedute dal Santo Padre: la sua ricerca che mira al cuore e all’essenza della liturgia, che è il mistero del Signore celebrato, rispetto al quale tutti siamo chiamati ad entrare e a renderci partecipi, in un clima di adorazione, di preghiera, che anche il momento del silenzio contribuisce a realizzare e a creare.

D. – Nell’anniversario dell’inizio del suo Pontificato, le chiedo come definirebbe Papa Benedetto XVI?

R. – Do una definizione dalla mia prospettiva. Dal mio punto di vista, mi pare di poter dire che il Santo Padre è un maestro di liturgia, per quanto riguarda i contenuti, l’insegnamento e il pensiero. Allo stesso tempo – non dimentichiamo – egli è anche un grande liturgo, perché ci insegna l’arte della celebrazione. (ap)

Il 19 aprile di sei anni fa, Benedetto XVI si presentò al mondo come “umile lavoratore nella vigna del Signore”. Proprio questo è lo stile che caratterizza il Pontificato di Benedetto XVI. E’ quanto sottolinea il vaticanista Sandro Magister, intervistato da Alessandro Gisotti:

R. – Questo profilo, che Benedetto XVI ha dato di se stesso citando quell’allocuzione così tipicamente evangelica, corrisponde all’immagine che pian piano si è imposta agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Quel personaggio che era conosciuto prima della sua elezione come quello del “guardiano inflessibile del dogma” era frutto di un’immagine che si è rivelata ogni volta di più totalmente falsa ed è stata sostituita da quella mite e operosa descritta proprio da questa locuzione, quasi come fosse l’avvio di una parabola: la parabola che ha già toccato sei anni di questo Pontificato.

D. – Si può dire, riprendendo anche il titolo dell’ultima enciclica di Benedetto XVI, che “carità nella verità” sia la chiave di lettura per interpretare il magistero ratzingeriano?

R. – Direi di sì. Perché questo magistero, che si esprime poi in diversi modi e i diversi livelli – questo non va trascurato – è un tipo di magistero che non si limita a ripetere, a riaffermare i capisaldi della Dottrina, ma di tutto da ragione. Cioè, è un Papa che argomenta quello che dice, è un Papa che annuncia – e l’annuncio è davvero la priorità di questo Pontificato – ma è un annuncio sempre argomentato. E’ un Papa che spiega le ragioni di questo annuncio.

D. – Dal “Cortile dei gentili” al dicastero per la Nuova Evangelizzazione, Benedetto XVI indica chiaramente – con ragione, per l’appunto – l’impegno a raccogliere le sfide che il mondo contemporaneo pone alla Chiesa…

R. – Sì, è vero. Paradossalmente, abbiamo un Papa che in un periodo in cui il pensiero diffuso a livello mondiale è così povero di ragioni, è un grande apologeta della forza della ragione, e soprattutto di quello che rende così attraente la ragione, cioè la sua apertura, la sua sconfinata capacità di arrivare anche là dove non è capace di cogliere pienamente la verità e dove, appunto, fede e ragione si integrano invece di scontrarsi. (gf)

Omelia di Benedetto XVI di domenica 17 aprile

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Piazza San Pietro
XXVI Giornata Mondiale della Gioventù
Domenica, 17 aprile 2011

  
Cari fratelli e sorelle,
cari giovani!

Ci commuove nuovamente ogni anno, nella Domenica delle Palme, salire assieme a Gesù il monte verso il santuario, accompagnarLo lungo la via verso l’alto. In questo giorno, su tutta la faccia della terra e attraverso tutti i secoli, giovani e gente di ogni età Lo acclamano gridando: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”
Ma che cosa facciamo veramente quando ci inseriamo in tale processione – nella schiera di coloro che insieme con Gesù salivano a Gerusalemme e Lo acclamavano come re di Israele? È qualcosa di più di una cerimonia, di una bella usanza? Ha forse a che fare con la vera realtà della nostra vita, del nostro mondo? Per trovare la risposta, dobbiamo innanzitutto chiarire che cosa Gesù stesso abbia in realtà voluto e fatto. Dopo la professione di fede, che Pietro aveva fatto a Cesarea di Filippo, nell’estremo nord della Terra Santa, Gesù si era incamminato come pellegrino verso Gerusalemme per le festività della Pasqua. È in cammino verso il tempio nella Città Santa, verso quel luogo che per Israele garantiva in modo particolare la vicinanza di Dio al suo popolo. È in cammino verso la comune festa della Pasqua, memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della speranza nella liberazione definitiva. Egli sa che Lo aspetta una nuova Pasqua e che Egli stesso prenderà il posto degli agnelli immolati, offrendo se stesso sulla Croce. Sa che, nei doni misteriosi del pane e del vino, si donerà per sempre ai suoi, aprirà loro la porta verso una nuova via di liberazione, verso la comunione con il Dio vivente. È in cammino verso l’altezza della Croce, verso il momento dell’amore che si dona. Il termine ultimo del suo pellegrinaggio è l’altezza di Dio stesso, alla quale Egli vuole sollevare l’essere umano.
La nostra processione odierna vuole quindi essere l’immagine di qualcosa di più profondo, immagine del fatto che, insieme con Gesù, c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio vivente. È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita. Ma come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità. Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di “essere come Dio”, di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio. In tutte le invenzioni dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza dell’Essere, per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio. Tante cose l’umanità ha potuto realizzare: siamo in grado di volare. Possiamo vederci, ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del mondo. E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto soltanto il bene. Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra la storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità.
I Padri hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato c’è la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà.
Dopo la liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a noi, la Chiesa ci rivolge l’invito: “Sursum corda – in alto i cuori!” Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo “cuore” deve essere elevato. Ma ancora una volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce. Egli è disceso fin nell’estrema bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé, verso il Dio vivente. Egli è diventato umile, dice oggi la seconda lettura. Soltanto così la nostra superbia poteva essere superata: l’umiltà di Dio è la forma estrema del suo amore, e questo amore umile attrae verso l’alto.
Il Salmo processionale 24, che la Chiesa ci propone come “canto di ascesa” per la liturgia di oggi, indica alcuni elementi concreti, che appartengono alla nostra ascesa e senza i quali non possiamo essere sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore puro, il rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità soltanto se sono unite a questi atteggiamenti – se le nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro, se siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in umiltà riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso l’alto; se abbandoniamo la superbia di volere noi stessi farci Dio. Abbiamo bisogno di Lui: Egli ci tira verso l’alto, nell’essere sorretti dalle sue mani – cioè nella fede – ci dà il giusto orientamento e la forza interiore che ci solleva in alto. Abbiamo bisogno dell’umiltà della fede che cerca il volto di Dio e si affida alla verità del suo amore.
La questione di come l’uomo possa arrivare in alto, diventare totalmente se stesso e veramente simile a Dio, ha da sempre impegnato l’umanità. È stata discussa appassionatamente dai filosofi platonici del terzo e quarto secolo. La loro domanda centrale era come trovare mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere all’altezza del suo vero essere, all’altezza della divinità. Sant’Agostino, nella sua ricerca della retta via, per un certo periodo ha cercato sostegno in quelle filosofie. Ma alla fine dovette riconoscere che la loro risposta non era sufficiente, che con i loro metodi egli non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza dell’uomo e di tutte le sue purificazioni non basta per portarlo veramente all’altezza del divino, all’altezza a lui adeguata. E disse che avrebbe disperato di se stesso e dell’esistenza umana, se non avesse trovato Colui che fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci solleva all’altezza di Dio, nonostante la nostra miseria: Gesù Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi e, nel suo amore crocifisso, ci prende per mano e ci conduce in alto.
Noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo col Salmo processionale; cioè che possiamo appartenere alla generazione che cerca Dio, “che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe” (Sal 24,6). Amen.

Testo Angelus del 17\04\2011


Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, specialmente i giovani, ai quali do appuntamento a Madrid, per la Giornata Mondiale della Gioventù, nel prossimo mese di agosto.
Ed ora ci rivolgiamo in preghiera a Maria, affinché ci aiuti a vivere con fede intensa la Settimana Santa. Anche Maria esultò nello spirito quando Gesù fece il suo ingresso regale in Gerusalemme, compiendo le profezie; ma il suo cuore, come quello del Figlio, era pronto al Sacrificio. Impariamo da Lei, Vergine fedele, a seguire il Signore anche quando la sua via porta alla croce.
Angelus Domini…